EDITORIALE: PER UN NUOVO FOOTBALL EUROPEO

by Simone Paschetto
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Nelle ultime ore c’è una notizia che sta monopolizzando l’attenzione, dodici club di calcio, sei inglesi, tre italiani e tre spagnoli, hanno annunciato la nascita di una Superlega, un campionato internazionale privato e ad inviti.


Il logo della nuova “Super League”


Di fatto è iniziata ufficialmente la fine del calcio come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, con le sue strutture, gerarchie e tradizioni. A prescindere da quello che sarà lo sviluppo dell’operazione, infatti, è netta l’impressione che si sia passato un confine e che, se non domani, magari dopodomani il progetto vedrà la luce.

Intanto in solo mezza giornata si è dichiarata contraria una percentuale di popolazione degna di un’elezione presidenziale di Saddam Hussein. Una vera e propria coalizione che va da BoJo a Mariodraghi a Macron da Gary Neville a Klopp e Pep Guardiola. Fifa e Uefa hanno già minacciato sanzioni pesantissime. Un’unanimità inquietante. Viene da chiedersi questi dodici club in che mondo vivano e se, oltre che con JP Morgan, abbiano mai parlato della cosa anche con qualcuno dell’ambiente. 


Jürgen Klop, allenatore tedesco del Liverpool.


Ma magari quelli che vivono in un altro mondo siamo noi.

Perché l’impressione che il calcio fosse andato un po’ troppo oltre l’abbiamo avuta tutti, da tempo.

Il merito, la competizione, l’identità e il sacrificio sostituiti dalle plusvalenze, le Spa, i diritti tv e le maglie dai colori agghiaccianti. A stupirsi o indignarsi adesso si fa un po’ la figura di Ceausescu durante l’ultimo discorso.

C’entra tutto questo con il football americano in Europa?

A mio modo di vedere, si, c’entra molto. Quello che accade nel mondo accade nel calcio e viceversa.

Il calcio è, di gran lunga, lo sport più seguito del pianeta e il più diffuso, è popolare sia in termini di gradimento che di estrazione e cultura, piace anche a molti addetti ai lavori e tifosi del football americano, anche in Europa e in Italia. Chiaramente, ci sono anche tanti appassionati di football assolutamente freddi o critici col calcio, per ragioni di vario tipo. Ma a prescindere da come ci relazioniamo al “pallone”, tutti siamo indulgenti col nostro sport, nella speranza che sentirsi diversi corrisponda ad essere diversi.

Ci piace pensare di continuare a salvaguardare un’idea dello sport meritocratica, universale, dove il fine conta più dei mezzi, ma qual è la realtà?

Siamo molto indulgenti quando parliamo di football, ma la NFL non fa sport, fa business, nella NFL la maglia, l’identità locale, il nome, contano, ma hanno un prezzo e noi lo accettiamo senza problemi.

Per dirne una, quante volte abbiamo considerato i calciatori dei ragazzini viziati e incolti mentre reputiamo i giocatori della NFL dei super-atleti prodotto del miglior sistema universitario del mondo, dimenticandoci delle decine di arresti e di una politica antidoping che non aderisce ai protocolli internazionali.

Siamo, più o meno inconsapevolmente vittime di un’abitudine ormai troppo diffusa, quella di dividere il mondo in due, di vedere tutto in bianco e nero, dimenticandoci delle sfumature.

Se fossimo più attenti e critici, ci renderemmo conto che il football è già in quell’epoca, da molto tempo.


Amsterdam Crusaders vs Stockholm Nordic Vikings, FLE 1994


Le Superleghe le avevamo già nel 1994. I club sono liquidi, nascono, si fondono, si sciolgono, rinascono, evaporano, spesso tritando e rimpastando la propria identità. Siamo abituati a leghe internazionali da revival imperiale, se pensiamo che nel campionato austriaco hanno giocato squadre italiane, ceche, slovacche, ungheresi, slovene e croate, che quasi quasi mettevano Metternich come commissioner onorario. In Olanda e Belgio si stanno accordando per un campionato di calcio unico, nel football lo fecero negli anni ’90, e c’era pure una squadra del Lussemburgo.


Klemens von Metternich

Che fine hanno fatto le competizioni europee per club? Vogliamo parlare della “regolarità” del Campionato Europeo? Ogni due anni, poi quattro, poi tre, poi cinque. Del resto, a un certo punto avevamo due federazioni mondiali, la confusione è nel nostro DNA.

Per qualcuno tutto questo ha importanza relativa, è nella natura delle cose oppure è solo lo scenario di sfondo del proprio personalissimo romanzo storico.

A me viene in mente un mio presidente quando giocavo a Torino, Roberto Cecchi, che a una presentazione della stagione citò Gandhi “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, decontestualizzante, ma adeguato. Penso che chiunque abbia vissuto il football, dentro o fuori dal campo, conosca il senso del lavoro di gruppo e di dedizione alla causa.


Roberto Cecchi, Giaguari Torino


Attraverso lo specchio di quanto sta accadendo nel mondo del calcio possiamo trarre delle ottime indicazioni su quali sono i valori che vogliamo ci contraddistinguano e organizzarci di conseguenza.

Penso che il momento sia maturo per iniziare a cambiare il nostro modo di intendere lo sport e agire per il bene comune del football europeo, a partire dalle competizioni internazionali.



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