The Meast

by Giorgio Bianchini
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Metà uomo e metà bestia, questo vogliono gli allenatori e i tifosi di football americano, questo è il giusto soprannome che ti affibbiano i compagni di squadra che combattono con te sul gridiron, dopo che ti vedono martellare tutto quello che pass nella tua zona di coverage.
The “Meast” al secolo Sean Micheal Maurice Taylor, per un battito di ciglia, nella lunga storia del football ha lasciato un impronta indelebile, tra sacks, terrible tackles e intercetti.
Come sia terminata la sua giovane vita è noto a tutti e lungi da noi la voglia di ricordarlo come un ragazzo che, proveniente da una zona difficile, non è riuscito a scrollarsi di dosso il passato da “strada” che spesso richiama a se uomini ancora troppo giovani mentalmente, con le tasche gonfie di “bigliettoni”, spesso attorniati da persone sbagliate, pseudo amici o agenti in cerca del dollaro facile.
Per questo motivo il football americano è una religione nei posti soprannominati “low income”, a reddito basso, dove è facile finire coinvolti in rapine, spaccio di armi o droga e nella peggiore delle ipotisi invischiati in regolamenti di conti tra bande e sparatorie.
Il valore della vita nei sobborghi di Miami era molto basso, un giorno siamo amici e quello seguente ti vendo per pochi dollari, così chi emerge nel mondo dello sport, soprattutto del football viene un attimo lasciato stare, viene visto come uno che può farcela a cambiare stile di vita, a togliersi dal “Block”.
Puntano su di te, credono in te e se riesci a fare il salto ecco che qualcuno che ti ha “lasciato stare” torna a chiedere il conto, come se fosse stato merito suo il tuo sputare sangue sul gridiron.
Inizia cosi la vita sui campi di Sean Taylor, fin da giovane alle high school, dove orde di scout studiano cd e vhs e dove il minutaggio in campo è l’unica soluzione per farsi notare, Sean risulta diverso dagli altri coetanei.
Ha fame di vincere, ha sete di gloria, per aiutare la famiglia, per dimenticare una gioventù turbolenta, e così Sean picchia duro, mena tutto quello che gli corre in contro, fa della sua dote fisica e della sua spiccata intelligenza nel leggere l’azione dell’attacco avversario le sue chiavi di volta per salire su un aereo destinazione lontano dal ghetto.

Sean alla Gulliver High School

Sean alla Gulliver High School


Alla Gulliver High School, dove Sean muove i primi passi come safety e all’occorrenza linebacker, iniziano ad arrivare osservatori di vari college, i famosi lasciapassare verso una vita migliore.
Andare lontano da casa non è mai ideale a 18 anni, migliaia di miglia di distanza possono essere un duro colpo per chi non è mai andato oltre la propria città, cosi Sean per il proseguo dello studio e del football sceglie l’ università di Miami, dove il programma è buono e dove davanti a lui titolare inamovibile gioca un certo Ed Reed, di cui si dice un gran bene e può senz’altro tornare utile al giovane Taylor.

Taylor con la divisa dei Miami Hurricanes

Taylor con la divisa dei Miami Hurricanes


Da iniziare il program con gli Hurricanes a diventare una “S” dominante è un attimo per Sean Taylor, aiutato dalle letture perfette in copertura, ai placcaggi veloci e feroci che porta ai vari attaccanti avversari.
La mente di Sean sembra avanti un paio di secondi rispetto al quarterback avversario, allo snap ST sa già dove muovere il primo fondamentale passo verso la zona da coprire, del resto la safety è il ruolo più bello e complicato della secondaria difensiva, non puoi permetterti titubanze o errori, sei l’ultimo baluardo dei tuoi compagni, ci sei tu da solo, tra l’accessorio e la sua meta.
Quando finisce la dote celebrare ecco che Sean mette in moto il fisico da atleta di Dio. Perfetto, veloce, potente tra nervi e muscoli tirati fino alla rottura, cattivo e determinato.
Dopo soli 2 anni nella Big East, come sophomore e junior, 25 gare 3 td return e 14 intercetti che varranno a ST l’ All American, arriva il momento dell’eleggibilità per il sogno di una vita, di tutto un quartiere, in draft day.

Sean Taylor ai Redskins

Sean Taylor ai Redskins


Proiettato tra le prime 15 pick del primo round, i Washington Redskins, possessori della quinta scelta assoluta lo fanno loro senza indugi, un atleta del genere ne nasce uno ogni 25 anni si vocifera.
Dopo sole 3 gare Sean era già titolare e per chi fa del football una ragione per alzarsi al mattino, sa cosa vuole dire essere titolare safety da rookie.
Giocare contro gente esperta che con una finta o uno scatto ti può mettere col sedere a terra rovinando la tua vetrina in NFL è un attimo, e risalire nella classifica della fiducia del coach in staff è un percorso molto lungo e tortuoso.
Eppure come se niente fosse Sean inizia a leggere gli attacchi, a capire le mosse dei wide receiver a stendere il running back lanciato in end zone.
Il primo anno parla chiaro in termini di numeri, 61 tackles solo, 4 intercetti, 2 forced fumbles, 3 tackle fo loss e 9 palle deviate.
Sean a Washington inizia a diventare una leggenda della “secondaria”, una stella luminosa per il futuro Redskins e la sua jersey col numero 21 inizia ad andare a ruba.
Finalmente tutto sembra essersi sistemato, tutto gira per il verso giusto, a parte il carattere non da superstar che già una multa dopo il draft era costata a Taylor. Semplicemente perché Sean, comodo a casa sua a Miami, non aveva voglia di dare spettacolo al consueto “rookie symposium” nell’immediato dopo draft.
Il carattere schivo non si cambia col tempo e col denaro, cambiando stile di vita e alloggi dove vivere, le ferite dell’adolescenza rimangono, la pelle si rifà sulle ferite, ma quelle rimangono in profondità.
Per questo motivo appena poteva, tra una pausa o un infortunio, Sean tornava nei luoghi d’infanzia. Lui era di quei posti, apparteneva a quella comunità, buona o cattiva che fosse.
I soldi però sono un eco troppo forte da coprire e venire a sapere che a pochi isolati da casa vive Sean Taylor, “quello che ce l’ha fatta” è un attimo.

Sean Taylor al Probowl


Dopo soli 4 anni di NFL, 12 intercetti, 2 sacks e 243 tackles che hanno asfaltato chiunque e che gli hanno valso 2 convocazioni al probowl (quando il PB era una cosa seria e i placcaggi erano potenti) e 1 all-pro, il numero 21 dei Redskins non verrà ritirato, ma non sarà mai più assegnato, rimanendo cucito per sempre sulla jersey bianca e rossa, sopra lo shoulder nell’armadietto di Sean Taylor, chiuso a chiave per sempre.

 

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